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Il lato oscuro del “mangiar sano”: l’Ortoressia

Lo scorso 15 marzo è stata la giornata mondiale contro i disturbi del comportamento alimentare; un’occasione attraverso cui Istituzioni, Enti e Associazioni hanno ricordato l’incidenza e la gravità di disturbi psicologici che, spesso, non destano la dovuta attenzione e preoccupazione (www.famigliacristiana.it).

I disturbi del comportamento alimentare riguardano fasce d’età sempre più ampie, dall’infanzia fino alla maturità. Il manifestarsi della sintomatologia è tipicamente adolescenziale, dai 14 ai 18 anni, ma sempre più frequentemente si registrano forme precoci, a partire dagli 8-9 anni, o tardive, a partire dall’età di 25 anni. Il problema, in misura superiore, sembra colpire le adolescenti e le giovani donne, rispetto ai loro pari di sesso maschile, anche se si sta assistendo a un aumento dell’incidenza negli uomini. In Italia, i disturbi del comportamento alimentare colpiscono tra le 150 e le 200 mila persone e sono la prima causa di morte tra le giovani con un’età compresa fra i 12 e i 25 anni.

La percentuale di decessi per Anoressia nervosa, in un anno, si aggira tra il 5,8 e il 6,2%, per la Bulimia, invece, tra l’1,5 e l’1,9%; per le altre forme di disturbi del comportamento alimentare, invece, oscilla tra l’1,8 e l’1,9 (www.fidadisturbialimentari.com). Spesso la definizione “Altre forme di disturbo alimentare” appare abbastanza vaga. Quest’ultima si riferisca a quadri sintomatici spesso non conosciuti, perciò più insidiosi, sia per quanto concerne le conseguenze sul piano psicologico che fisico. I disturbi del comportamento alimentare rappresentano un insieme complesso di affezioni mentali che, spesso, per le modalità di esordio ed i sintomi, tra loro, hanno confini poco netti. Alcune di esse sono difficilmente diagnosticabili, anche per la loro aderenza a mode e comportamenti alimentari attuali.

L’Ortoressia (disturbo definito per la prima volta nel 1997 da Bratman) rientra a pieno titolo in questa descrizione. Il termine ortoressia deriva dal greco antico. La sua etimologia (“ortos” significa diritto, corretto, giusto; “orexia” vuol dire appetito) indica una sorta di ossessione per i cibi giusti, “corretti”. Le persone che offrono di Ortoressia sono assorbiti da un vero e proprio fanatismo alimentare, un fanatismo che li può portare a disprezzare non solo gli alimenti considerati non sani, ma anche coloro che ne fanno uso. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute Italiano, relativamente ai disturbi alimentari, le persone affette da Ortoressia sarebbero 300 mila nella nostra nazione, con una netta maggioranza maschile (M:11.3%; F: 3.9%) (Donini e coll. 2004) (www.stateofmind.it).

Le persone che soffrono di Ortoressia, in media, spendono più di tre ore al giorno a pensare al cibo, che selezionano più per i benefici sulla salute che per il gusto. Inoltre, qualora non si segua la dieta abituale, chi soffre di Ortoressia, è afflitto da sensi di colpa e dalla sensazione di aver perso il controllo sul proprio corpo e su di sé. La notevole quantità di tempo che queste persone trascorrono discutendo sull’esistenza di cibi puri e impuri, acquistando e cucinando scrupolosamente gli alimenti e la difficoltà nel concedersi pasti in ambienti esterni, inficia la loro vita lavorativa e relazionale. Il bisogno di programmare i pasti e di controllare sia la provenienza che la qualità di ogni ingrediente, conduce ad un lento deterioramento della vita sociale di queste persone: amici, affetti e occasioni di svago perdono importanza rispetto all’“ingrediente giusto”.

Nei casi più gravi, il pensiero di riempire il proprio corpo con sostanze non sane ed il continuo desiderio di depurarsi possono portarle a un evitamento fobico degli alimenti, piuttosto che di posate e pentole, considerati contaminati da cibi non naturali. Tutte queste caratteristiche permettono di collocare l’Ortoressia nella categoria delle nuove dipendenze, a carattere ossessivo-compulsivo, e di distinguerla da altre patologie, in cui la fissazione è relativa alla qualità, più che alla quantità del cibo ingerito, come avviene nell’Anoressia o della Bulimia (www.d.repubblica.it). Come comprendere quando l’attenzione ad una sana alimentazione diventa patologica? In realtà, il confine tra un comportamento alimentare molto attento alla salute e un disturbo vero e proprio non è sempre netto; alcuni sintomi, però, possono indicare la presenza di Ortoressia: tra questi i pensieri ripetitivi e ossessivi su ciò che è giusto o meno mangiare, con il soverchiante sentimento di fallimento quando non si riesce a seguire la dieta autoimposta.

Nella maggior parte dei casi, l’ortoressico non chiede aiuto, pur subendo e affrontando quotidianamente emozioni e sensazioni negative. Paradossalmente, chi soffre di Ortoressia tende a considerarsi una persona sanissima. Le determinanti sociali di tele disturbo, ovvero il bombardamento mediatico di corpi sani e scolpiti e di prodotti alimentari dalle proprietà benefiche, fanno anche sì che la problematica venga “culturamente” sottovalutata. Il primo passo, pertanto, è riconoscere i sintomi e il proprio disagio. Da ciò si può intraprendere un duplice percorso di aiuto: un percorso di psicoterapia per indagare i meccanismi emotivi che sottendono il disturbo e le ossessioni/compulsioni annesse e, parallelamente, un approccio dietologico/nutrizionale per una rieducazione alimentare corretta, così da affrontare le possibili carenze alimentari.

Come procedere

Se senti di avere necessità di una Consulenza in ambito Individuale, piuttosto che di Coppia o Familiare, puoi fissare un appuntamento contattando i numeri 06 92599639 o 388 8242645, o puoi scrivere all’indirizzo e-mail info@massimocanu.it

In caso di impossibilità a poter raggiungere lo Studio, in Roma, potrai fare altrettanta richiesta per una prestazione On-Line, avvalendoti della piattaforma web appositamente realizzata. E’ intuitiva, rapida e sicura.

A conclusione di tale fase consulenziale, sia in Presenza che On-Line, sarà definito quanto emerso nel corso del lavoro e, eventualmente, saranno focalizzati gli obiettivi per l’avvio di una Psicoterapia, la quale potrà essere Individuale, di Coppia o Familiare.

Chiedere aiuto è un segno di forza e, soddisfare i tuoi bisogni psicologici, equivale a compiere il più importante atto d’amore che possa fare verso la tua persona, ancor prima che per coloro che condividono la loro vita con te.